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L’ISLANDESE E LA NATURA: CREATURA vs CREATORE
Scritto da Federica Virgili (V CL); il disegno di Matteo Di Girolamo (V CL)   
venerdì 26 gennaio 2018

 Il Leopardi che scrive il Dialogo della Natura e di un islandese è un uomo disilluso e infelice, ormai lontano dallo speranzoso poeta che, nell’Infinito, fantasticava sull’avvenire, sognando di fuggire dalle mura della sua casa di Recanati. Solo una dura e tragica consapevolezza caratterizza ora il pensiero leopardiano: tutte le creature del cosmo sono destinate all’infelicità e non c’è niente che l’uomo possa fare per contenere le sofferenze. La Natura è matrigna: mette al mondo l’uomo come una madre, ma non se ne prende cura, rendendolo vittima del suo crudele inganno.

Nell’operetta morale il protagonista si ritrova faccia a faccia con la Natura, dopo aver cercato di fuggire da lei, e ne scopre l’immagine: una donna bellissima quanto terrificante, dallo sguardo di pietra. I due iniziano un dialogo, ma è l’islandese a prendere in mano la situazione, raccontando tutte le insidie e i dispiaceri passati durante la vita. Egli, avendo compreso fin da giovane la vanità della vita e la natura stolta degli uomini, ha deciso di isolarsi dalla società in cerca né del piacere né del patire. Eppure, dopo aver viaggiato in tutto il mondo, non è riuscito a trovare un luogo dal clima piacevole o che non fosse afflitto da terremoti e vulcani. Dappertutto regna la forza distruttiva della Natura, che non solo ha “donato” all’uomo le infermità e la vecchiaia, ma lo ha dotato di un’insaziabile avidità del “piacere”, negandoglielo poi e rendendogli la vita imperfetta. Solo alcuni uomini, di animo grande e coraggioso, non hanno paura di vedere la realtà così come veramente è, né di esporsi per rendere gli altri consapevoli di quella che è l’amara concretezza della vita, come l’islandese e lo stesso Leopardi.

La creatura, però, viene brutalmente sconfitta dalla sua creatrice: alla domanda fatale sul senso dell’esistenza l’islandese non riceve risposta e la sua figura si perde nell’indifferenza comune, tanto da diventare il pasto di due “maceri” leoni o da rimanere sepolta dalla sabbia, fino a prendere le sembianze di un “mausoleo”, custodito in un non ben definito museo d’Europa.

 
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