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mercoledì 21 novembre 2018

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4 novembre 1918/2018 Cento anni di memoria corta
Scritto da prof. Massimo Scarponi   
giovedì 08 novembre 2018

Il centenario della Prima guerra mondiale (da quattro anni a questa parte) è stato una straordinaria occasione per una intensificazione della ricerca storica e per la raccolta e la catalogazione di tutto un sorprendente ed inesplorato repertorio memoriale degli anni della Grande guerra (filmati, foto, lettere, diari); il lavoro degli studiosi, persa ormai la presenza di coloro che ne furono protagonisti,ha potuto sfruttareperò l’illimitata risorsa mediatica di internet con il suo straordinario giacimento di informazioni inedite. Il risultato è stato in questi anni una fioritura editoriale di testi più o meno scientifici, l’organizzazione di svariati convegni e mostre, oltre naturalmente alla proliferazione di siti internet.

Ma, come tutte le commemorazioni, è stato anche occasione di semplificazioni narrative, di esibizionismi e di strumentalizzazioni ideologiche. Parlo degli zampognari del patriottismo, degli ultras del nazionalismo italico saltati direttamente dalle curve degli stadi alle piazze tricolore. Il rischio di scivolare nella melma della retorica era fin troppo facile, soprattutto per chi ha ritenuto la Prima guerra mondiale la nostra ultima guerra d’indipendenza nazionale, la guerra di liberazione degli ultimi territori irredenti ancora in mano al nemico. E’ bastata una leggera spolverata agli album di famiglia del Ventennio per veder risplendere la mitopoietica della Grande guerra, l’elaborazione epica degli eroi caduti e dei reduci pluridecorati, con il corteo di sventolanti tricolori e di corali inni risorgimentali. E così è stato, anche con la complicità delle tv di stato, ad eccezione di alcuni canali specialistici (Rai storia) e delle parole equilibrate e di navigata prudenza istituzionale del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. 

Ancora una volta si è persa un’occasione per raccontare la verità: la verità di 1.240.000 morti tra militari e civili, di circa 1.000.000 di feriti (la metà dei quali mutilata e invalida), di 600.000 vittime della Spagnola,di 600.000 prigionieri di guerra dimenticati dalla Patria, di migliaia di internati psichiatrici (“scemi di guerra”), delle requisizioni forzate di ogni bene utile alla Patria (animali, raccolti, abitazioni…), di una gravissima crisi economica, di una pesante limitazione delle libertà e dei diritti civili. Non si è voluto raccontare la guerra senza eroi, dei contadini semianalfabeti condannati a morte sulle trincee, costretti ad obbedire agli ordini insensati di ufficiali boriosi e incompetenti. Eppure bastava leggere i bellissimi racconti di Federico De Roberto per incontrare il vero sentimento diffuso nelle putride trincee: la paura, il più naturale e profondo, l’archetipo di ogni evoluto stato d’animo, essenziale istinto di sopravvivenza animale. E la paura è capace di tutto: dello slancio ardito verso il nemico come della paralisi incosciente e del razionale gesto autolesionistico, dello scatto di insubordinazione e della premeditata diserzione. E la disciplina militare rispose con feroce accanimento fratricida: processi, carcere duro, fucilazioni; soprattutto in occasione del capolavoro assoluto di dilettantismo degli strateghi nostrani che fu Caporetto. Bastava dire che l’armistizio del 3 novembre (in vigore 24 ore dopo) imposto a Villa Giusti dal gen. Badoglio all’omologo austriaco von Webenau non fu firmato in seguito alla gloriosabattaglia di Vittorio Veneto, ma a causa del logoramento del multietnico esercito austro-ungaricogià in ritirata; che fu il preludio della fine dell’intero conflitto, non altrimenti definibile che un orrendo massacro dei popoli (24.000.000 i morti tra militari e civili, tra vincitori e vinti) senza alcuna plausibile giustificazione; che la tardiva entrata in guerra dell’Italia poteva essere evitata per via diplomatica con notevoli vantaggi territoriali. Solo così, sgombrate le nebbie della retorica, la Prima guerra mondiale appare per quello che è: la manifestazione delle peggiori pulsioni irrazionali affermatisi nel primo Novecento e lo scontro tra i nazionalismi e le loro elite capitalistico-borghesi. E non meno nefasti furono gli strascichi del dopoguerra, dalla crisi sociale ed economica allo squadrismo fascista. Quindi il 4 novembre non sia la commemorazione della vittoria nazionale, la Grande guerra dell’Italia unita e di tutti gli Italiani, ma una data simbolica espressione dei valori universali della pace e dell’integrazione tra i popoli.

 
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